Intervista a Davide Truzzi

– Ciao Davide, noi ci siamo incontrati a Lodi vecchio in occasione di una conferenza sul Fantasy cui abbiamo partecipato come autori di Linee Infinite. Ti va di presentarti brevemente per chi ci legge?

 

Davide Truzzi

Ciao, innanzitutto ti ringrazio per questo spazio, fa sempre piacere.Sono nato nel 1985 e lavoro come programmatore software. Purtroppo ho più passioni del tempo che ho a disposizione per coltivarle, quindi faccio il possibile per seguire tutto ciò che mi interessa, in particolare la scrittura (ovviamente), la fotografia (specialmente a eventi e concerti metal) e il tiro a segno.

Quanto agli aspetti artistico/culturali, sono interessato specialmente di storia e letteratura degli ultimi due secoli.

 

 

– “In nomine Patris” è il tuo primo romanzo, se non sbaglio, ce ne parli brevemente?

In nomine Patris è un fantastico molto particolare, ambientato in un complesso universo dei morti. Narra di una guerra indetta (ma non voluta) da Dio, in cui sono coinvolti otto mondi diversissimi per cultura, storia e tecnologia, mentre i guerrieri che provengono da questi mondi, sacrificati in vita per poter combattere nell’aldilà, sono dotati di personalità e comportamenti peculiari, specchio del loro passato e del mondo da cui provengono. Ne è uscita un’opera strana, in cui si possono trovare elementi di diversi generi: dal fantastico puro alla fantascienza, passando per l’horror, il gotico e persino per la letteratura classica e moderna.

 

– Ricordo che tra le influenze che hai citato per il tuo romanzo a Lodi Vecchio c’era sicuramente “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche, ma anche l’immaginario di Lovecraft (e infatti è la prima cosa che ho pensato quando ho visto la copertina del tuo romanzo), quali altre suggestioni ti hanno guidato nella scrittura di questo volume?

In Nomine Patris

Da sempre il gotico, l’horror e tutta la parte “oscura” della letteratura mi affascina e mi influenza.L’opera di Nietzsche esula, ovviamente, ma la cito spesso come esempio per spiegare l’architettura e i temi di In nomine Patris, che condivide alcune caratteristiche dello Zarathustra, specialmente la divisione dei capitoli in episodi, ognuno dei quali cela un preciso significato metaforico e si rifà a una più generale allegoria. Di certo, leggendo il romanzo, credo che salti all’occhio uno stile ricercato e “retrò” che devo alle opere di Poe e del decadentismo d’Annunziano; questi sono e restano i miei modelli di “bella prosa”, e trovo di scarso interesse lo stile contemporaneo e le sue eccessive regole di scrittura, vere e proprie catene ai polsi dell’espressività ormai spacciate quasi come leggi bibliche. L’obiettivo che mi prefiggo è quello di recuperare, in ottica moderna, l’espressività e la poetica degli autori del passato.

 

– E. A. Poe e H. P. Lovecraft sono tra i miei autori preferiti, inoltre, essendo laureato in Storia delle Religioni, il tuo romanzo mi ha affascinato sin da subito. Qual è stata la parte più difficile per te nello scrivere “In nomine Patris”? L’inventare i vari Pantheon, lavorare sullo stile che cercavi di creare o qualcosa d’altro?

Sorprendentemente, per quanto complesso e approfondito, lo sviluppo “architetturale” del mio aldilà non è stato difficile di per sé. Fin da piccolo ho sempre immaginato vasti mondi alieni e realtà alternative, inoltre il concetto stesso dell’aldilà mi ha sempre affascinato. Ideare il Creato di In nomine Patris è stato un lavoro impegnativo, certo, ma le maggiori difficoltà le ho incontrate con i personaggi, nessuno dei quali stereotipato, e nel simbolismo nascosto dietro ogni avvenimento, anche il più piccolo e apparentemente insignificante.

 

– “In nomine Patris” vuol essere solo un romanzo di evasione o mira a qualcosa di più?

Trovo che la scrittura debba essere un veicolo di concetti e idee, specialmente quella fantastica. Non amo la letteratura d’intrattenimento fine a se stessa e, anzi, tendo a fare molta filosofia nelle mie opere. Come amo ripetere spesso, se non si ha nulla da dire non si ha nemmeno nulla da scrivere.

Mi rendo conto che, specialmente in un ambiente come quello del fantastico italiano, questa mia visione incontri scarso interesse o, peggio, sia apertamente osteggiata, ma è un ideale che porto avanti con orgoglio, e per fortuna non da solo.

 

– Qual è il rapporto dei tuoi personaggi con la Fede e qual è l’immagine di Dio o degli dei che emerge dal tuo romanzo che, almeno nel titolo, inevitabilmente, richiama la religione cristiana?

Devo ammettere che hai toccato un tasto molto particolare e controverso.

Di certo i riferimenti alla religione non mancano, in particolare a quella cristiana: il mio pantheon di dèi è un continuo riferimento a varie entità religiose, dal Dio cristiano allo Jahvè ebraico, passando per i titani della grecia classica, i culti pagani e persino alcuni santi cattolici. Non si tratta di un minestrone religioso, ma della trasposizione del mio pensiero in forma metaforica. Gli stessi personaggi “mortali”, trovandosi davanti a una realtà che non sempre si adatta ai loro rispettivi culti, reagiscono in modo profondamente diverso alla rivelazione dell’aldilà e delle sue regole: C’è chi non se ne cura, chi perde la fede, chi cerca giustificazioni e riferimenti occulti pur di continuare a credere allo stesso Dio che aveva in vita, e chi mantiene inalterata la propria opinione nei confronti di Dio e del destino.

Il compito di esprimere il mio pensiero, giusto o sbagliato che sia, l’ho consegnato alle loro parole e alle loro azioni. Di certo, comunque, ciò che resta non è l’immagine a cui siamo culturalmente abituati.

 

– Venendo ora al Fantastico e più in particolare al Fantasy sappiamo che, sopratutto oggi, ne esistono molti sottogeneri etichettati in maniera abbastanza precisa, credi che questa sia una reale  necessità o un vezzo del nostro tempo che ha bisogno di dare un’etichetta a tutto?

Trovo che il compito del genere sia quello di focalizzare il contenuto di un’opera, racchiudendolo entro determinati canoni che ne escludono altri. L’esistenza dei generi è sacrosanta quanto il diritto dei lettori di scegliere cosa gli piace leggere e cosa no. Esiste però un limite oltre al quale il genere e i suoi sottogeneri finiscono per diventare eccessivi e finanche pacchiani; voler trovare a tutti i costi una definizione per un romanzo cercando di imbrigliare il genere principale, l’atmosfera, i contenuti in una “targa” a volte sconfina nel ridicolo (si potrebbe scrivere un “dark epic urban fantasy”?).

Curiosamente, tra l’altro, questa è una tendenza che noto anche nel mondo della musica metal, e da appassionato la cosa non mi fa affatto piacere.

 

– In generale che opinione ti sei fatto del mercato editoriale italiano e dei lettori italiani? C’è ancora speranza per un giovane esordiente o bisogna rassegnarsi a rimanere in un mercato di nicchia?

Abbastanza negativa, devo ammettere. Un esordiente fa fatica a prescindere, e ne fa ancora di più quando tenta di proporre qualcosa di forte e provocatorio, lontano dalle mode del mainstream, che vede soltanto autori privi di talento emergere come pure trovate commerciali. E la piccola editoria, invece di essere la fucina di novità e talenti, di dare spazio a voci davvero fuori dal coro, preferisce inseguire i trend creati a tavolino dai big sperando di brillare di luce riflessa. I piccoli editori dovrebbero avere più coraggio e capire che l’unico modo per sopravvivere è quello di ricercare l’alta qualità, così da farsi un nome tra i veri appassionati, e non cercare di pescare nella massa dei “lettori da ombrellone”, che sì e no comprano libri tra il banco frigo e quello degli accessori per la casa. Del resto, l’eccellenza di nicchia dei medio/piccoli è, da sempre, la base del sistema economico italiano.

 

– Che peso hanno, secondo te, per uno scrittore oggi le opinioni, i commenti, le recensioni che si possono avere in rete. Possono decretare un successo o un flop o sono più da “non ti curar di loro, ma guarda e passa”?

Quando l’intento letterario è quello di affrontare tematiche forti e tabù culturali, di colpire nell’animo, si è fatalmente volti alla ricerca del dibattito intellettuale, della critica e, perché no, allo scontro ideologico. Il problema che oggi si affronta, purtroppo, è proprio quello di trovare un interlocutore in grado tanto di capire e di controbattere sullo stesso piano, avviando una discussione vera sull’opera e sui temi che tratta.

Ottenere una critica competente e costruttiva sta diventando parecchio difficile, soprattutto per colpa del dilettantismo che dilaga in rete, e che troppo spesso viene preso per oro colato. Ho l’impressione che troppe persone si improvvisino blogger e recensori senza poter vantare una solida base culturale, o peggio, leggano con la matita rossa pronta all’uso, non per capire lo scrittore ma per il gusto di scovare più errori possibile misurati secondo un metro, spesso, ottuso e prevenuto, guidato dall’invidia verso chi è riuscito a pubblicare con una CE. Altri “disastri”, purtroppo, arrivano da siti come Anobii e Goodreads, pieni di recensioni di scambio e valutazioni al limite della schizofrenia.
Insomma, sarebbe bene non farsi condizionare troppo da qualsiasi recensione di un’opera, ma valutare prima di tutto l’attendibilità di chi l’ha scritta.

 

Ti ringrazio per la tua disponibilità e ti auguro ogni fortuna editoriale, ma sopratutto tante soddisfazioni personali.

Ricambio con riconoscenza, saluti!

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