Archivi del mese: giugno 2013

E se la recensione è negativa?

Come ci si comporta di fronte a una recensione negativa? Io non so se ci sia una regola valida per tutti, ma come sempre io ho le mie “regole”. Una recensione negativa ti fa, indubbiamente rimanere male. Per uno scrittore un libro è, o dovrebbe essere, come un figlio e come ogni genitore è orgoglioso di suo figlio e vorrebbe il meglio per lui così ogni scrittore è orgoglioso di ciò che ha scritto e vorrebbe il meglio per lui. Però la critica spesso e volentieri, se ben compresa, può essere molto d’aiuto perché permette la crescita, mentre la lode che, indubbiamente, fa molto più piacere di una critica, non ti serve a crescere e ti lascia fermo lì dove sei. Inoltre, a mio avviso e lo dico perché ho fatto il recensore di libri, di manoscritti inediti e di spettacoli artistici per anni, il recensore fa un grande servizio all’artista o all’aspirante tale perché si prende l’onere di leggere con attenzione tutto il suo testo (che alle volte è anche pesante o palloso) e poi di evidenziarne le criticità cercando di trovare delle parole che siano chiare, ma non irritino troppo lo scrittore (e si sa che purtroppo gli scrittori sono spesso eccessivamente permalosi riguardo i loro scritti). Quindi il mio atteggiamento è sempre e comunque di ringraziare e poi di far tesoro della recensione negativa perché quello è un punto di partenza per la mia crescita come scrittore (oltre che una sana benedizione per aiutarmi a combattere la mia superbia, ma questo è un altro discorso).

Perché ho scritto questo? Perché di recente è uscita la prima recensione negativa di “E un elfo li radunò…” su un sito anche abbastanza importante e la mia reazione è stata esattamente quella che vi ho descritto. Non vi segnalo la recensione negativa però perché la trovate facilmente se cercate e perché devo ancora capirla bene anche io. Infatti è una recensione che, al momento, non mi aiuta molto in quanto segnala un eccessivo infodump nel libro (e devo ancora capire cos’è esattamente, credo di aver compreso che sia un eccessiva presenza di informazioni date dallo scrittore al lettore) senza però farmi alcun esempio concreto per cui mi ci vuole molto più tempo per comprenderla appieno e in questo momento il mio tempo non è molto. Cercando inoltre in rete ho scoperto che molti scrittori famosi usano tanto infodump (ad esempio Neil Gaiman) e forse quindi non è proprio un male, ma una questione di gusti personali di chi recensisce. Ma ripeto, devo comprendere ancora appieno io la cosa, anche perché la recensione afferma che l’eccessivo infodump appesantisce la lettura e non fa emergere i personaggi il che è esattamente il contrario di quanto mi hanno detto tutti fino ad ora (cioè che il libro ha uno stile cinematografico e che i personaggi sono ottimamente caratterizzati) mentre i difetti che sono stati evidenziati da altri, come ad esempio l’eccessiva azione o il fatto che io dia per scontato molte cose, o la presenza di sesso (che in realtà, tranne in un caso, è sempre e solo accennato) non sono mai toccati dalla recensione. Tutto questo mi rende davvero difficile capire bene il mio errore, ma sono convinto che lo capirò.

Una riflessione a parte lo merita l’editing, infatti è vero che nel libro c’è qualche refuso, ma capita in ogni libro, quindi qualche maiuscola che non doveva esserci o cose così… se invece per editing si intende un intervento massiccio sul testo, questa è una cosa che la mia casa editrice, per scelta che condivido, non fa. Non lo fa perché il testo che voi leggete quando leggete “E un elfo li radunò…” è il testo che ho scritto io, se qualcuno mi ci facesse un editing pesante non sarebbe più il testo che ho scritto io, ma quello che ha scritto l’editor.

Concludo ringraziando ancora tutti, voi che state apprezzando questo romanzo e voi che non lo apprezzate, ma mi dite perché permettendomi così di migliorare.

Grazie.

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Intervista a Fabio Larcher

Ciao Fabio, noi ci siamo incontrati alla seconda edizione del Pandino Fantasy Festival,  e così ho scoperto che hai una casa editrice “Edizioni per sempre” e ho subito pensato di chiederti una breve intervista per questo blog. Ed ecco allora che la prima cosa che vorrei chiederti è, se ti va, di presentarti un po’ e farci conoscere qualcosa di te, come persona e poi come editore (se c’è una differenza) e poi se vuoi presentarci anche la tua casa editrice.


 

Fabio Larcher (E' quello più basso)

Fabio Larcher (è quello più basso)

Ciao. Poter parlare di ciò che si fa con passione è sempre un piacere; perciò ti ringrazio dell’opportunità che mi offri. Ovviamente tra la “persona” Fabio Larcher e l’“editore” Fabio Larcher passa il mondo intero. L’uomo e il ruolo spero siano due cose assolutamente distinte. Guai se una persona si esaurisse semplicemente in ciò che fa! Detto questo, però, la tua domanda mi prende in contropiede. Non ho mai pensato di essere una persona particolarmente interessante. Secondo me sono un tipo abbastanza normale (per quanto lo può essere qualcuno che fa libri per campare): ho una moglie che amo, un cagnolino che adoro, faccio vita modesta, tutta votata ai piccoli piaceri del focolare… mi piacciono la musica, l’arte… mi piacciono le lunghe e belle discussioni… mi piace ridere. Odio le complicazioni burocratiche, le persone indiscrete, la gente aggressiva. Per riassumere, dunque: Fabio Larcher è una persona poco interessante, ma assai interessata (nel senso di “piena di interessi”). Parlare della casa editrice mi riesce più facile. Il pudore in questo caso non c’entra molto, grazie al Cielo! Si tratta di un progetto nuovo di zecca, nato sul finire del 2011 ed entrato nel vivo della lotta per la sopravvivenza nel 2012. Edizioni PerSempre si occupa prioritariamente di letteratura fantastica: fantasy, fantascienza, ma anche mitologia, fiaba, narrativa surreale. Abbiamo pubblicato anche libri comici e, molto presto, vedrà la luce una collana esoterica (o forse dovrei dire, genericamente, di cultura spirituale?). Insomma, Edizioni PerSempre rispecchia abbastanza bene i gusti dell’editore: avventura, sogno, mito, mistero, filosofia, scienza, religione, comico e tragico, elegia ed epica.

“Edizioni per sempre” è un nome evocativo che, in un certo qual modo, mi ricorda il matrimonio o comunque un impegno importante, posso chiederti se c’è anche questo aspetto nella scelta del nome o se in realtà era semplicemente un nome che ti è piaciuto?

Il nome e il logo sono stati scelti di comune accordo con mia moglie, proprio poco prima che ci sposassimo. Due cuori stilizzati che formano una sorta di clessidra. Un po’ come dire: è il tempo dell’amore. Ma il tempo dell’amore (qualunque connotazione vogliamo dare a questa parola, sia che essa si riferisca all’eros, sia che si riferisca alla carità o alla filia) è tutta la vita. Perciò l’amore durerà per sempre. Anche il nostro amore per i libri.

Sempre Fabio Larcher

Sempre Fabio Larcher

Che cosa vuol dire fare l’editore oggi? E in particolare che cosa vuol dire farlo con una piccola realtà come “Edizioni per sempre”, quali sono le fatiche maggiori, ma anche le soddisfazioni più belle?

Fare l’editore, oggi, significa essere fuori tempo, a cavallo fra due mondi. Significa ostinarsi a fare un lavoro che sta morendo, che è lì lì per scomparire. Significa non rassegnarsi a una realtà nuda e cruda che non tiene conto anche di esigenze diverse da quelle materiali. Il pane è necessario, ma è necessario anche l’incanto; la salute è necessaria, ma da sola non basta a rendere la vita godibile. Il tempo va fatto fruttare, va riempito il più possibile di esperienze, di contenuti: spiritualità, risate a crepapelle, emozioni, estasi, condivisioni… Chi legge lo sa: spesso un libro ha il potere di regalare un’esperienza, di commuovere, di farci godere, di farci palpitare il cuore di paura, di trasportarci lontano. Il libro è una droga. Una droga nient’affatto leggera. Ma è anche la sola droga che faccia bene. La fatica maggiore di questo mestiere? Vincere la diffidenza. Di tutti: pubblico, librai, distributori, scrittori. La cosa più bella? Oltre a tenere in mano il frutto di un duro lavoro preparatorio, il libro stampato, incappare in una briciola di autentico talento e far sì che esso cresca come una piantina, di pagina in pagina, di libro in libro…

Che idea ti sei fatto del mondo editoriale italiano? E per quanto riguarda i lettori e gli scrittori italiani? Ti va di condividere con noi le tue impressioni su queste tre realtà?

Il primo volume della saga di Oltremondo di Marta Leandra Mandelli

Il primo volume della saga di Oltremondo di Marta Leandra Mandelli

Una domanda che, se affrontata sinceramente (come adesso farò), non potrà fare altro che procurarmi dei nemici. Del mondo editoriale è impossibile pensar bene. Siamo onesti. Io non brillo certo per intelligenza e professionalità. Anzi, nonostante i miei dieci anni sul campo posso senz’altro affermare che più faccio questo lavoro e meno ne capisco le dinamiche. E la situazione, per quanto mi riguarda, è destinata a peggiorare sempre più. Dicevo: io non brillo di sicuro, ma l’editoria è piena di gente improvvisata, sgangherata, frustrata, priva di talento, priva di senso estetico e (questa è la cosa peggiore di tutte) priva di amore per i libri. A tutti i livelli. Sia gli editori, sia gli scrittori (o sedicenti tali). Con poche e lodevoli eccezioni… che però non fanno testo, ahimè! Gli editori sono ciechi al talento e gli scrittori sono sordi ai richiami del buon senso. La maggior parte di costoro sembra vittima semplicemente di un equivoco. Dovremmo ricordare tutti che la letteratura (o l’editoria) non ha mai fatto grande nessuno. Scrivere o pubblicare un libro non è una nota di merito; non ci rende migliori in quanto uomini. Al massimo può renderci più o meno famosi. A te sembra che basti per farsene un vanto? A me no. Ma può darsi che questa sia una legge del mondo. Non so.

Come sai io ho scritto un libro Fantasy per cui questo è un genere che amo molto, per questo volevo chiederti come vedi il genere Fantasy in generale e in Italia in particolare?

Che vuoi che ti dica? Ci sono tutti gli ingredienti giusti per farne un grande genere: l’azione, l’incanto della natura, i conflitti morali, la salvezza che riscatta patimenti e sofferenze. E poi io sono un amatore di fiabe e di miti. Le fiabe raccontano sempre avventure “sciamaniche”, viaggi che l’eroe compie nell’aldilà dove esiste la magia e dove pericoli terribili sono sempre in agguato, alla ricerca di “soluzioni”. Il fantasy ha preso molto (anche se inconsapevolmente) dalle fiabe… Ma non considero il fantasy avulso dalla realtà. Dipende da cosa uno intende per “realtà”. Secondo me una realtà che non contempla la reale esistenza del sacro, del magico, del misterioso (il lato B, insomma), è una realtà incompleta, dimidiata, grottesca. Il fantasy parla di cose vere e concrete: i bisogni spirituali lo sono; le forze che agiscono nell’uomo lo sono (anche se non si vedono, o anche se le si vuole a tutti i costi razionalizzare, ridurre a ormoni e neurotossine). E lo fa con la forza del mito e dell’epica che (comunque vada) parlano un linguaggio connaturato agli esseri umani. Diffido sempre di chi non ama il fantasy. Chi ama il fantasy non ha alcun problema a leggere anche i gialli, i classici, i romanzi veristi o i romanzi d’amore. Chi non ama il fantasy, invece, non leggerà mai il fantasy, ma solo letteratura pseudo-realista. Una parte di loro (l’anima) è atrofizzata.

Cosa cerca il lettore oggi nel Fantasy? E’ un lettore attento ed esigente o piuttosto di bocca buona e facilmente influenzabile dalle mode e dalla pubblicità?

Ho in parte già risposto. O meglio, ho risposto per ciò che penso io. Nella maggior parte dei casi temo che il lettore di fantasy sia un po’ di bocca buona. Non voglio citare nomi, ma oggi come ieri si idolatrano scrittori assolutamente illeggibili e ignobili… purché pubblicizzati nel modo giusto. Poi ci sono i buongustai, ovviamente; ma sono sempre in netta minoranza. La cosa che accomuna entrambi è la ricerca di tutti i fattori che ho citato nella risposta precedente: è qualcosa che travalica il gusto e la capacità di scrivere: sta tutto nelle strutture “archetipiche”. Io, nel mio piccolo, cerco di somministrare loro della roba buona, ma loro, devo ammettere, oppongono una fiera resistenza.

Rock Elfico di Fabio Larcher

Rock Elfico di Fabio Larcher

E che impressione ti sei fatta dello scrittore Fantasy? E’ qualcuno alla ricerca di un modo per emergere o qualcuno con una storia da raccontare? Qualcuno che vuole trasmettere un’emozione o qualcuno che cerca un’emozione nel pubblicare un libro?

Un po’ e un po’. Una cosa non è mai disgiunta dall’altra. Per capire il valore della persona e dello scrittore si può tentare di calcolare la percentuale del narcisismo presente in chi ti trovi di fronte: se il narcisismo supera una determinata soglia è logico aspettarsi che l’autocritica (il buonsenso, il senso di realtà) del presunto genio sia ridotta al lumicino. Al di là delle battute, però, è più che naturale che uno scrittore (o, ripeto, un sedicente scrittore) aspiri a farsi leggere. Se uno scrive è perché quelle cose (se è stato onesto) non aveva altro mezzo per dirle; ergo ci si rivolge sempre a qualcuno. Poi si può tentare una distinzione (alcuni lo hanno fatto): c’è chi si aspetta di essere lodato per la bravura eccezionale dimostrata (i sedicenti scrittori, quelli in malafede) e c’è chi desidera che venga lodata la propria opera (gli onesti); o, se preferisci, il mondo degli scriventi si divide tra coloro che considerano il proprio libro come un’estensione del proprio ego, e chi lo considera altra cosa da sé, alla stessa stregua di un figlio: suo (in quanto lui ne è stato causa) ma allo stesso tempo a se stante (perché oggetto autosussistente, vivente di propria vita).

Il genere Fantasy presenta oggi, molti sottogeneri etichettati in maniera abbastanza precisa, il tuo romanzo sotto quale etichetta rientrerebbe? E credi che questa sia una reale  necessità o un vezzo del nostro tempo che ha bisogno di dare un’etichetta a tutto?

Le etichette sono comodissime, se sei un editore: servono a lanciare un messaggio immediato al possibile pubblico: guarda che qui dentro, in questa bella scatola, troverai questo e questo e quest’altro. E’ una questione di comunicazione tra chi produce una merce e chi la dovrebbe comprare. Ma i generi, come categoria a se stante, non esistono. Se un’opera è pienamente e assolutamente in armonia e aderenza con un genere, vuol dire che non valeva la pena scriverla; dunque è meno che mai necessario leggerla. L’artista (se è vero artista) deve offrire qualcosa in più, uno scarto di prospettiva, un quid stilistico… Non dobbiamo mai dimenticare che non c’è novità rispetto alle trame: tutte le storie sono già scritte da millenni. Non è neppure il semplice uso degli strumenti retorici, formali, a rendere funzionale un’opera. Per rendere fruttuoso un genere (quale che sia) si deve forzarlo a dire ciò che ci preme sinceramente, usando però le regole del gioco. Allora sì che l’opera acquista quel non so che…

Se tu volessi dare un consiglio a un autore esordiente, naturalmente un consiglio non richiesto, quale sarebbe?

Balthis l'avventuriera di Zuddas

Balthis l’avventuriera di Zuddas

Lo hai detto tu: i consigli, di solito, non sono richiesti… In fondo chi sono io per dare consigli? Un signor nessuno. Mica ho la verità in tasca. E le mie opinioni valgono quanto quelle di chiunque altro. Tanto più che, come ho già detto: più bazzico l’editoria e meno ne capisco. Questo è un mondo che non funziona secondo regole di logica normale. E’ tutto un girare intorno al proprio ombelico da parte di tutti. Ecco, forse questo è un consiglio che mi sento di dare: smettete di pensare alla pubblicazione… almeno finché non avrete ricevuto positivi riscontri da coloro di cui vi fidate. Il resto uno scrittore (onesto) lo fa da sé, senza che qualcuno gli imponga sforzi: leggere, pensare, sentirsi solo…

Io ti ringrazio molto per la tua disponibilità e gentilezza e ti auguro ogni fortuna professionale, ma sopratutto tante soddisfazioni personali.

E io ti ringrazio enormemente e accetto l’augurio, perché i successi professionali non sarebbero niente senza le cose veramente importanti: gli affetti, l’anima, la serenità, la Gioia di lewisiana memoria. E ti ricambio nella misura in cui lo desideri.

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E un elfo li radunò al Festival Biblico di Verona

Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno partecipato al Festival Biblico a Verona e in particolare a quelli che erano in Feltrinelli alle 11 di sabato mattina ad ascoltare me e don Manuel Magalini parlare di Fantasy, di Tolkien e di Sacre Scritture. Lo spazio in Feltrinelli era strapieno, con gente in piedi, credo che complessivamente saremmo stati più di 50 persone, la conversazione è durata oltre un’ora e mezza con un pubblico attento e partecipe e con tante domande interessanti. Molti i giovani, ma anche i meno giovani e i religiosi e alla fine tutti sono stati soddisfatti. Quindi, davvero grazie di essere venuti. Qui di seguito pubblico l’articolo che L’Arena, giornale di Verona, ha dedicato al doppio evento (ce n’è stato uno anche il pomeriggio, ma io non potevo essere presente).

Arena02_06_2013

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