Intervista a Stefano Mancini

– Ciao Stefano, noi ci siamo incontrati per la prima volta a Pandino, in occasione  della seconda edizione del Pandino Fantasy Festival, dove abbiamo presentato insieme i nostri romanzi, ma non c’è stato molto tempo per parlare allora ne approfitto adesso e ti chiedo, se ti va, di presentarti brevemente per chi ci legge. Magari parlandoci di te come persona e di te come scrittore, se c’è una differenza qual è?

Stefano_Mancini

Stefano Mancini

Ciao Davide, intanto grazie per questo spazio. In effetti è vero, ci siamo conosciuti in una bellissima occasione, ma col tempo forse un po’ tiranno. E allora mi presento qui e comincio dicendo che ho sempre avuto una passione per la scrittura. Amici e parenti potrebbero confermare che scrivo più o meno da quando avevo 7-8 anni e da allora non ho mai smesso, tanto da riuscire a farne anche il mio lavoro. Sono infatti un giornalista e scrivo per un quotidiano, il che mi dà la possibilità di vivere facendo quello che amo sopra ogni cosa: scrivere, appunto, una bella fortuna soprattutto in un momento particolare come quello che stiamo vivendo. Ovviamente c’è differenza fra scrivere per un quotidiano e farlo in un romanzo. La più grande è senza dubbio il fatto che, quando scrivo i miei romanzi, ho assoluta libertà, posso dare sfogo alla fantasia e dare vita a storie complesse, con personaggi che modello in base alle necessità e ai miei gusti. Quando scrivo per lavoro, invece, occupandomi spesso di cronaca, devo riportare i fatti, nudi e crudi, in maniera imparziale, per dare al lettore la possibilità di valutare da solo gli avvenimenti. Anche se non ti nascondo che spesso “la realtà supera la fantasia”, come si dice in questi casi.

Di me come scrittore concludo dicendo che sono molto rigoroso: come giornalista di solito la mia giornata lavorativa comincia nel tardo pomeriggio/sera, quindi di solito la mattina mi alzo e scrivo un capitolo del romanzo che ho in quel momento in lavorazione. Questo perché è vero che la scrittura è una passione, ma è altrettanto vero che, se non si adottano delle regole, diventa impossibile arrivare alla conclusione. Come dico spesso nelle mie presentazioni, scrivere un romanzo è un po’ come costruire una casa: mattone dopo mattone si arriva al tetto. Ma non si può pretendere di farlo mettendo un mattone ogni tanto, quando capita o quando si ha l’ispirazione. A meno che non si abbia una vita longeva come quella degli elfi…

– Ti va ora di presentarci il tuo romanzo che, se non sbaglio, non è il tuo primo romanzo, vero?

Verissimo. Come ti dicevo ho sempre scritto e la prima pubblicazione risale al 2005, con “Il labirinto degli inganni”, un’esperienza non felicissima: a posteriori ammetto che il romanzo era un po’ lento e oltretutto la casa editrice non mi ha sostenuto per nulla, contribuendo al “naufragio” di quell’esperienza. Molto meglio con il mio secondo libro “La spada dell’elfo”, ora fuori commercio, ma che ha ottenuto buoni risultati. Di sicuro, però, nulla a che vedere con quest’ultima “fatica” letteraria, “Le paludi d’Athakah”, edito dalla Linee Infinite, una casa editrice composta da seri professionisti, nella quale mi sento come in una grande famiglia, visto lo spirito che unisce staff e autori. Colgo anzi l’occasione per ringraziarli dell’opportunità che mi hanno dato e per aver creduto (e per credere ancora) nel mio lavoro e nel mio libro.

Il romanzo, lo presento brevemente, è un fantasy “classico”, ossia di quelli che piacciono a me. Io infatti sono di quegli

Le paludi di Athakah

Le paludi di Athakah

autori che scrive per se stesso, più che per i lettori. “Le paludi d’Athakah” è nato proprio in quest’ottica. Mi ero sempre domandato perché, da Tolkien in poi, uno dei temi ricorrenti nel panorama fantasy fosse l’odio tra elfi e nani. E visto che nessuno aveva mai raccontato com’era nato e perché, ho deciso di farlo io. Pur avendo quindi elementi “classici”, come appunto le razze o l’ambientazione, il romanzo credo si distingua dalle altre opere del genere per l’originalità del tema trattato. In questo romanzo non abbiamo la tipica compagnia di ventura che deve recuperare/distruggere/creare un oggetto e salvare il mondo, ma una nutrita schiera di personaggi principali che ci raccontano le loro personali vicende, che sono poi le vicende dei loro popoli, elfi e nani, che da alleati e uniti da solidi vincoli di amicizia, si ritroveranno a fronteggiarsi nella più grandiosa guerra che il mondo abbia mai visto. Ho quindi interpretato secondo il mio gusto e la mia interpretazione, uno dei grandi temi dell’ambientazione fantasy.

– Qual è stata e qual è la tua esperienza col mondo editoriale italiano? E’ stato difficile arrivare alla pubblicazione?

Come ti dicevo, ho alle spalle una ricca esperienza, frutto non solo di tre pubblicazioni con altrettante case editrici, ma anche di tanti bocconi amari ingoiati. Credo però che tutto questo mi abbia portato dove sono oggi, ossia a pubblicare con una casa editrice di buone dimensioni e con un solido nome alle spalle, che mette l’autore e il suo lavoro al centro del progetto. Rifiuti, devo dire, non ne ho ricevuti molti, ma proposte “poco chiare” o “poco limpide” a decine, anche se le ho sempre respinte. È stato abbastanza difficile pubblicare, ma con la costanza ci sono riuscito ed è stata una soddisfazione enorme.

– Nella tua presentazione a Pandino mi ha colpito il tuo chiaro riferimento a Tolkien, in che modo l’opera di questo autore ti ha influenzato e influenza i tuoi romanzi?

Premetto che, pur ammirando l’incommensurabile lavoro di Tolkien, non sono un suo fan sfegatato. Ho letto i suoi romanzi e li trovo sublimi, ma in questi anni mi sono avvicinato soprattutto ad altri autori, non soltanto fantasy, per dare ai miei romanzi un’impronta più “moderna” e uno stile più “dinamico”. Tolkien resta un genio inarrivabile, ma a volte il suo stile di scrittura resta un po’ ostico, anche a chi mastica fantasy da anni. Io mi ispiro a lui magari per le ambientazioni e per le connotazioni “razziali”, ma nel modo di scrivere preferisco essere più sintetico e diretto, dando moltissimo spazio ai dialoghi. E noto che è una caratteristica che riscuote parecchio il favore del pubblico.

– Il genere Fantasy presenta oggi, molti sottogeneri etichettati in maniera abbastanza precisa, il tuo romanzo sotto quale etichetta rientrerebbe? E credi che questa sia una reale  necessità o un vezzo del nostro tempo che ha bisogno di dare un’etichetta a tutto?

Mah, guarda, se dovessi dare un’etichetta a “Le paludi d’Athakah”, direi appunto che è un fantasy “classico”, quello che un tempo era definito “heroic fantasy”, ossia di ambientazione tolkieniana, con elfi, nani, uomini e orchi al centro delle vicende. Questo romanzo però, e spero che nessuno me ne voglia, lo ritengo avere anche alcuni punti di contatto con altri generi, primo tra tutti quello del poema epico, come ad esempio l’Iliade. E non solo per avere una grandiosa guerra decennale al centro della storia, ma anche per i tanti eroi, più o meno tragici, che lo compongono. Da qui, come dicevo, un romanzo originale nella storia, pur classico nell’ambientazione.

Quanto al discorso dell’etichettare il fantasy, tipico di questi ultimi tempi, ti rispondo: credo sia più un risultato della nostra epoca, in cui, con l’aumentare delle possibilità per tutti (ed è un bene) di scrivere e di poter esprimere il loro pensiero, in molti hanno potuto liberare la fantasia, dando vita a generi che fino a quaranta o cinquant’anni fa nemmeno esistevano. Ecco allora che questi “sottogeneri” a mio avviso sono semplicemente dei “nuovi generi”. Dopotutto… c’è spazio per tutti!

– Per te scrivere cos’è? Una necessità, o un modo per emergere? Voglia di raccontare una storia o ricerca della bella scrittura? Desiderio di condividere un’emozione o la ricerca di un’emozione?

Per me scrivere è vita. So che lo dicono tutti gli scrittori e immagino che anche per loro sia così. Ma di sicuro lo è per me. Non potrei pensare di non farlo e lo dico non tanto come vanto, ma a volte come condanna. Perché scrivere è faticoso, ti fa sputare sangue, porta via tempo, energie (fisiche e mentali) ed è una di quelle attività che devi per forza di cose fare da solo, sacrificando momenti che potresti passare in compagnia. E poi non so agli altri autori, ma almeno a me capita, quando sono in fase di stesura, di non staccare mai dal lavoro che ho in mente, perché anche mentre sono affaccendato in tutt’altre questioni, con la testa magari sono sul “mio” mondo, a pensare al capitolo successivo o allo sviluppo della storia o ancora a quello che succederà a quel particolare personaggio. Scrivere è fantastico, ma non è facile. Però non potrei farne a meno e non rimpiango una sola delle parole che ho scritto o uno solo dei minuti passati davanti al pc. In definitiva, scrivere per me è vivere. È esporre i miei pensieri, è dare vita ai personaggi, è creare storie. E poi sperare che piacciano ai lettori come piacciono a me.

– Cosa pensi delle recensioni on-line? Sono importanti o contano poco? Sono serie e competenti o spesso sono solo i giudizi di appassionati di un genere? E come pensi che si dovrebbe reagire di fronte a una recensione negativa?

Credo che valga il vecchio detto: “in un caso o nell’altro purché se ne parli”. Anche se molte, purtroppo, non sono serie come dovrebbero o come cercano di farci credere. Immagino che succeda perché i libri da recensire sono molti e quindi non si può dedicare il giusto spazio a tutti, ma molte recensioni le trovo lacunose. In ogni caso per noi autori emergenti o comunque ancora poco conosciuti, il passaparola, la recensione, l’articoletto online, sono fondamentali. Farsi conoscere è necessario, se si vuole essere letti. Quindi sono favorevole a ogni tipo di recensione. Di contro ammetto che una recensione, positiva o negativa, deve essere ben supportata da valide motivazioni e spiegazioni. Ho avuto alcuni anni fa una brutta esperienza: una “stroncatura” da chi, nel farla, non aveva problemi ad ammettere di non aver letto neppure una riga del mio romanzo “La spada dell’elfo” e tuttavia ne parlava lo stesso malissimo attraverso le pagine di un sito di “appassionati” di fantasy, rasentando lo sbeffeggiamento. Non mi ha fatto piacere e non per la critica in sé, quella ci può stare e può aiutarti a migliorare e a crescere, ma perché era immotivata. Come si può bocciare (o promuovere) un libro senza leggerlo? Sarebbe come parlare bene (o male) di un film senza averlo visto. “Le paludi d’Athakah”, finora, ha ricevuto solo critiche e recensioni positive. Ma se ne arrivassero di negative, cercherei di capire che cosa non ha convinto e mi impegnerei in futuro a non commettere lo stesso errore. Purché chi le muova si sia quantomeno preso la briga di recuperarne una copia e leggerla.

– Se volessi dare un consiglio, naturalmente non richiesto, a chi oggi cerca la pubblicazione, quale sarebbe?

Insistere, insistere, insistere. Non scoraggiarsi davanti ai “no” e soprattutto non cedere alle “offerte” poco chiare o poco pulite. Se il lavoro è valido, prima o poi la casa editrice seria se ne accorgerà. E sennò accantonate il manoscritto e passate al successivo. Il prossimo lavoro sarà di sicuro migliore, quantomeno perché avrete più esperienza alle spalle.

Ti ringrazio per la tua disponibilità e ti auguro ogni fortuna editoriale, ma sopratutto tante soddisfazioni personali.

Grazie a te per lo spazio “virtuale” che mi hai concesso. Non posso che ricambiare l’augurio e sperare di incontrarti di nuovo a qualche evento, magari entrambi con due nuovi romanzi e uno stuolo di fan urlanti.

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